Oh, América

Oh, América
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Sense existències ara
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«Ma io, ma tutti noi italiani, che se ne sapeva allora della psicanalisi? Ne avevamo anche letto, ma nessuno aveva sperimentato le teorie su se stesso, né ne aveva visto gli effetti positivi o negativi su persone di conoscenza. Invece, negli Stati Uniti, Freud già faceva, quasi a livello di massa, miracoli o disastri. Non posso giudicare se per mio marito l´analisi sia stata un bene o un male, ma certo fu una tragedia per me». Marcella Olschki è a New York nel 1946, sposa di guerra il cui matrimonio avrà brevissima durata. Alla disavventura coniugale si sovrappone però - e poi subentra del tutto - l´immergersi vitalistico «nelle mille cose» di una New York dove Marcella stringe le amicizie più disparate - da Mike Bongiorno a Marlon Brando - e viene arruolata - lei colta e potenzialmente snob - in quella divisione dell´industria dell´intrattenimento che si rivolge specificamente a una comunità italo-americana ineffabilmente naïf. La gioiosa fascinazione nei confronti dell´America prosegue lungo la strada per Reno, capitale del divorzio rapido, e poi alle Hawaii e in California. Qui però si fa d´improvviso prepotente quel sentimento che Graham Greene definisce «la lealtà che abbiamo nei confronti dell´infelicità»: «Dovevo dimenticare tutta la mia avventura, dovevo andare a prora e guardare avanti, verso l´Europa, verso l´Italia che coraggiosamente rialzava la testa fra cumuli di rovine. Là dovevo guardare, dove tutto era faticoso e difficile, tutto da ricostruire, tutto da rifare...»