Storia e utopia

Storia e utopia
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Sense existències ara
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Quando questo libro apparve, nel 1960, suonò come una voce appartata, subito coperta dal chiasso delle cose in baldanzoso movimento; oggi quello stesso movimento delle cose lo ha suffragato, a distanza di tempo, in modo allarmante. Ma Cioran non va misurato su alcuna attualità che non sia quella, perenne, di una caduta originaria, la ´caduta del tempo´. Come leggiamo in questo libro, "una volta cacciato dal paradiso, l´uomo, perché non ci pensasse più e non soffrisse, ottenne in compenso la facoltà di volere, di tendere all´atto, di inabissarvisi con entusiasmo, con brio". Di quell´accecato entusiasmo, di quel sinistro brio è fatto ciò che da qualche secolo chiamiamo storia. All´interno di essa agiscono certe forze immense che non solo gli storici, ma i pudibondi psicologici dimenticano sempre più spesso di nominare. Cioran sa osservarle con la maestria di un moralista di Versailles che si sia educato su Dostoevskij e sulle taglienti disciminazioni dei testi buddhisti: la ´nostalgia della servitù´ e l´´euforia della dannazione´, il ´delirio dei miserabili´ e le ´virtù esplosive dell´umiliazione´, altrettante tappe di un grande viaggio che qui viene definito "l´odissea del rancore". Ma c´è qualcosa di ancora più disperante della storia: la pretesa di uscirne con i mezzi forgiati dalla storia stessa, l´utopia. Se dissipiamo la loro cornice di Buone Intenzioni, le utopie sono inferni rosati, che non esercitano più neppure l´attrazione dell´orrido. E il loro difetto non è nella lontananza dalla realtà, ma nella capacità di anticiparci con notevole precisione un futuro di squallore. "I due generi, l´utopistico e l´apocalittico, che ci sembrano così dissimili, si fondono, stingono adesso l´uno nell´altro per formarne un terzo, meravigliosamente adatto a rispecchiare la sorta di realtà che minaccia e alla quale diremo tuttavia di sì, un sì corretto e senza illusioni. Sarà il nostro modo di essere ´irreprensibili´ davanti alla fatalità."